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Il vino italiano “a scuola” dalla Napa Valley californiana

Il vino italiano “a scuola” dalla Napa Valley californianaPoche aziende strutturate, molte realtà più piccole, e, soprattutto, una propensione all’export che non è sufficiente. O, almeno, potrebbe essere molto più spiccata. È quanto emerge dal Wine Monitor di Nomisma, secondo cui bisognerebbe, anche, prendere esempio dalla californiana Napa Valley. E, in aggiunta, puntare di più sull’enoturismo.

Il Wine Monitor “certifica” che solo 25 imprese presentano un fatturato (i dati di bilancio si riferiscono al 2013) superiore ai 50 milioni di euro. Per questo aggregato di aziende, l'export incide mediamente per poco più del 60% sul proprio fatturato. Una quota, va detto, tutt’altro che insignificante, e che molti altri comparti produttivi potrebbero inviare. Tuttavia, man mano che le dimensioni medie scendono, anche le propensione alle vendite oltreconfine si riduce: nelle imprese tra 10 e 20 milioni, il peso dell’export scende al 40%, fino ad arrivare – nella maggioranza dei casi – a valori marginali per i piccoli produttori, quel 70% di cantine che produce cioè meno di 100 ettolitri di vino all’anno.

Secondo Denis Pantini, responsabile Agricoltura e industria alimentare di Nomisma, «per gran parte delle realtà produttive c’è la necessità di crescere, o sul mercato interno o su quelli esteri». Un traguardo non semplice, considerato che - ricorda il resport di Nomisma - la crisi ha ridotto i consumi al ristorante e anche il vino ne ha fatto le spese, tanto che ormai il canale della Gdo (e dei negozi specializzati) pesa ormai per il 65% sulle vendite a livello nazionale.

L’interesse per l’enogastronomia contribuisce a schiarire il panorama e a rendere la strada da percorrere da parte delle aziende (e del sistema che le circonda) meno impervia: se fino a cinque anni fa solo il 6,5% dei turisti stranieri indicava l’enogastronomia come motivazione per visitare l’Italia, ora questa quota si approssima al 10%.

Una bella notizia. Ma che, come spesso accade, se ne porta dietro una meno positiva: l’Italia non sembra essere capace, almeno fino ad ora, di sfruttare tutte le potenzialità di questa tendenza in crescita nei flussi turistici.

Ecco allora, ricorda il Wine Monitor, l’esempio eloquente della Napa Valley: le aziende dell’area (grande come i due terzi della provincia di Verona) ricavano dalla vendita diretta di vino 745 milioni di dollari. Ogni anno circa 3 milioni di persone visitano questo lembo di California, per gite giornaliere (67%), soggiornando all’interno di strutture ricettive locali (29%) o in residenze private (4%). Il giro d’affari relativo ai visitatori è mediamente pari a circa un miliardo di dollari.

Bisognerebbe prendere esempio, ma non è facile. «In Italia non ci mancano certo i vini di qualità e le zone di pregio dal punto di vista ambientale e paesaggistico, ma siamo indubbiamente più carenti nel “fare sistema”. Si tratta di capire, per cogliere le opportunità dell’enoturismo, se saremo in grado di superare questi nostri limiti per garantire una sostenibilità di lungo periodo alle imprese del settore», conclude Pantini.

Fonte: Il Sole 24ore

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